giovedì 15 settembre 2011

CITTADINANZA ATTIVA ricorda P. PUGLISI




di Giuseppe Scaffidi








Cosa un po’ insolita, in una normale mattinata, ritrovarsi a dover accompagnare il proprio figlio o la propria figlia a scuola, oppure recarsi sul luogo di lavoro passando dall’autostrada, e ritrovarsi davanti un lenzuolo su cui sono riportate le seguenti parole: “1993-2011 - Padre Pino vive in noi – cittadinanza attiva”.
Se inizialmente la curiosità assale la mente di chi legge questa breve frase, subito dopo ci si rende conto della sua importanza, ci si rende conto di quanto può rappresentare quel lenzuolo per la nostra società, quanto poco può bastare per smuovere un po’ le coscienze di tutti.

Siamo nel 2011, 18 anni dopo l’evento che segnò la fine del “parrino” del sorriso, del “parrino” dei giovani, del “parrino” che non si limitò a svolgere semplicemente le sue funzioni da sacerdote, che andò oltre per promulgare la più sana e pura legalità, quella che non è motore commerciale, quella che non si piega davanti alle minacce di chi, attraverso disparati modi, tenta di bloccare la sua strada, bensì la legalità ancella della giustizia sociale e della moralità che contraddistingue l’uomo onesto dal boss mafioso.

E così, l’iniziativa della "cittadinanza attiva", che nella notte tra il 14 e il 15 settembre affigge degli striscioni, tra i quali due su un cavalcavia della Messina Palermo, a Brolo e uno a Gliaca di Piraino, si contraddistingue per l’unicità e la semplicità del gesto, come del resto lo fu quella del 19 Luglio, anniversario della morte di Paolo Borsellino, quando furono tappezzate di volantini che riportavano l’identikit del latitante Matteo Messina Denaro ben 13 cittadine messinesi.

Ma cosa dire di Padre Pino? Nacque il 15 settembre 1937 proprio a Brancaccio da una famiglia di modeste condizioni, sua madre era originaria di Piraino, esattamente di Fiumara. Segue il percorso tradizionale di un giovane che vuole diventare prete: le scuole, i gruppi ecclesiali, il seminario, fino all’ordinazione sacerdotale nel 1960. Quindi i primi incarichi in parrocchia, prima a Palermo e poi, dal 1970, a Godrano, piccolo paese di montagna a 40 chilometri dal capoluogo (dilaniato da una cruenta faida familiare risalente all’inizio del secolo), dove don Puglisi predica la riconciliazione e il perdono, puntando soprattutto sulle donne e sui bambini. Poi nel 1978 il ritorno a Palermo, dove sembra avviato ad una brillante carriera ecclesiastica: direttore del Centro diocesano vocazioni e, a Roma, consigliere del Centro nazionale vocazioni della Cei.
Nel 1990 la svolta della vita: il card. Salvatore Pappalardo, arcivescovo di Palermo, lo nomina parroco a Brancaccio, e Brancaccio, in un certo senso, lo convertirà. Perché don Puglisi è un prete tranquillo, di posizioni moderate, inviato a Brancaccio anche per normalizzare una parrocchia considerata di sinistra, che però si tuffa in una realtà sociale di povertà, degrado e sottomissione al dominio mafioso, e sceglie di lottare tutti i giorni per modificarla, fino a finire ammazzato. Quartiere “ad alta densità mafiosa”, come recitano le formule sociologiche, protagonista della guerra di mafia dei primi anni ’80, di dominio incontrastato dei fratelli Filippo e Giuseppe Graviano. “È una terra di nessuno, i bambini vivono in strada e dalla strada imparano solo le lezioni della delinquenza: scippi, furti…”, dirà quasi inaspettatamente lo stesso Puglisi, che accetta subito l’incarico, perché è un prete obbediente e perché per lui si tratta di un ritorno a casa – durante un convegno della Chiesa palermitana.

C’è povertà materiale e culturale: “L’evasione scolastica – dirà ancora – è dovuta al fatto che Brancaccio è l’unico quartiere di Palermo in cui non esiste una scuola media. Evidentemenete questo fa comodo a chi vuole che l’ignoranza continui. Come strutture civili abbiamo solo la delegazione di quartiere. In sostanza si fa prima a dire quello che c’è: tutto il resto manca”.

Padre Pino attira troppo l’attenzione, è fin troppo scomodo, si è preso fin troppo spazio. Fortunatamente non è solo: arrivano tre suore e un viceparroco per dargli una mano – Gregorio Porcaro, che poco dopo l’uccisione di Puglisi lascerà il ministero – e nasce il Centro Padre Nostro: spazio socio-culturale per i bambini e i giovani, centro di assistenza per i più poveri, ma anche luogo dove si impara a conoscere e a rivendicare i propri diritti, spezzando i meccanismi di sottomissione e di clientelismo che da sempre regolano la vita a Brancaccio.

E si moltiplicano gli scontri con i notabili democristiani locali: Puglisi rispedisce al mittente i “santini” che vengono portati in parrocchia ad ogni tornata elettorale, attacca gli amministratori locali quando si affacciano nel quartiere a raccattare voti, in un’assemblea pubblica invita a gran voce i cittadini di Brancaccio a “non chiedere come favore ciò che è vostro diritto ottenere”.

Non va piu’ bene, deve essere eliminato. E di fatto verrà ucciso nel giorno del suo compleanno, con un colpo di pistola alla nuca, mentre rientrava in casa.
Padre Pino è un martire, ha versato il suo sangue per una giusta causa, ed è inutile stare qui a dire : “facciamo in modo che questo non accada mai piu’”, perché ancora oggi, purtroppo accade, la mafia uccide fin troppe volte le parole di chi vuole promulgare la libertà e la giustizia.

Occorrono delle azioni decise e concrete, in cui la collaborazione di tutti sia come la linfa di una nuova società , di una “cittadinanza attiva” che non desidera altro se non una società senza la piaga della Mafia.

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