
Sembra quasi inverosimile, la sua immagine è ancora così viva e agghiacciante, eppure sono passati dieci anni. L’11 settembre 2001, nella mente di chi l’ha vissuto e di chi ha “assistito”, è ancora impresso, lì, indelebile. Una visione incredibile per chi quel giorno, specialmente i più giovani, non riusciva a credere che quell’inferno di fuoco e devastazione fosse il reale prodotto di un’azione umana.
Nessuno dimenticherà mai quelle scene, gli impatti, le esplosioni, il terrore negli occhi dei testimoni, le urla e la disperazione. Un terrore inconcepibile, provocato da menti perverse, più spietate degli stessi autori materiali. Eppure è accaduto.
Un atto che colpì nel profondo il cuore, l’anima della super potenza americana, che sembrò rivivere a distanza di poco più di mezzo secolo un’altra Pearl Harbor. Anche stavolta, inaspettatamente.
Un atto che sconvolse visibilmente milioni di persone in ogni parte del globo, che segnò, tristemente, un’epoca.
A distanza di un decennio, lo scenario che si presenta è quello di un mondo costantemente all’erta, continuamente in pericolo, nelle mani di una presenza occulta e potente, che non si regge solo nelle mani di una manovalanza indottrinata e subdola ma nelle teste di numerosi illustri criminali. Onnipresenti e insospettabili.
Queste poche righe vogliono esprimere il senso di vicinanza verso chi, quella tragica mattina, ha perso tutto ed ha avuto la forza di ricominciare e andare avanti. Sarebbe, infatti, ingiusto e squallido usare questa ricorrenza per avventurarsi nell’ardita ricostruzione dei fatti e di ipotetiche teorie alternative a quelle accettate. Sebbene il diritto alla verità sia legittimo.
Oggi si rende omaggio alle 2974 vittime degli attentati, ai 343 vigili del fuoco, specialmente coloro che liberi dal servizio non hanno esitato a rispondere alla chiamata, andati ben oltre il senso del dovere spingendosi nell’estremo tentativo di salvare i loro Fratelli, e ai 60 poliziotti e agenti dell’autorità portuale periti in servizio nel medesimo compito. 

Dubito che per le loro famiglie sapere della responsabilità di qualcun altro, affinché tutto questo accadesse, possa rendere meno sopportabile la consapevolezza del sacrificio e dell’impotenza dei loro cari di fronte alla sciagura. Solo la rabbia e la disperazione avrebbero di che guadagnarci.
Inoltre, non sarebbe nemmeno giusto nei confronti di tanti ragazzi, che oggi, a prescindere dalla validità o meno della causa, si trovano sbattuti a migliaia di chilometri, lontani dall’affetto dei propri cari, su un fronte ostile e minaccioso a mettere in gioco la loro vita. E nei riguardi di chi, invece, ha già pagato il suo altissimo tributo, sia per una pace difficilmente realizzabile che per gli interessi di tanti.
Perciò, senza alcuna retorica di circostanza, è doverosa una riflessione sentita sulla gravità di ciò che stiamo vivendo, del nostro modo di comportarci, dell’insoddisfazione nei confronti di chi si ostina a tenerci in ballo con assurde logiche di potere.
Bisogna finirla di osservare, come semplici spettatori, una deriva inesorabile, in cui perdono sempre gli agnelli, sbranati da lupi consapevoli e, spesso, addirittura “amici”.
Che l’11 settembre sia monito per tutti, sia il punto di partenza per rompere equilibri dettati da una realpolitik che di pragmatico e concreto non ha più nulla. Farsi davvero interpreti di quei principi di libertà e democrazia, che in tanti orgogliosamente ostentano, e in realtà sono diventati l’oggetto di deplorevoli slogan propagandistici.
Attuiamoli! O gettiamo la spugna e limitiamoci, come abbiamo fatto sino ad ora, a combattere le minacce esterne senza porre un rimedio drastico, alla radice del problema.
Per evitare di scadere in polemiche, e perdere il senso di quanto scritto, auguriamoci che il martirio di questi (io li ritengo tali) fratelli d’oltreoceano, non si perda in cerimonie e commemorazioni, ma diventi esempio di una comunità, una società che spera e pretende un avvenire.
Antonio Parlato
Nessun commento:
Posta un commento
I commenti anonimi e offensivi saranno cancellati tempestivamente.