venerdì 18 aprile 2014

ESCLUSIVO - LA QUESTIONE MERIDIONALE SECONDO LATTANZIO


Intervista ad Alessandro Lattanzio
La Questione meridionale
IN ESCLUSIVA

Intervista di Giorgio Cardile e Pasquale Andrea Calapso (AUT)



1. Quali sono state le conseguenze dell'Unità d'Italia per le regioni meridionali del nostro paese? Il sottosviluppo del Sud è stato voluto dalle classi dirigenti italiane? Se sì, per quale motivo?
Sostanzialmente, il regime monarchico piemontese impose una politica d'impoverimento dell'ex-Regno di Napoli poiché, contrariamente alle altre regioni annesse al regno d'Italia, le forze piemontesi dovettero combattere contro i soldati napoletani, e non contro i soldati austriaci, inoltre ad unità avvenuta esplose la guerra del brigantaggio, che venne affrontata solo con la repressione armata.
Ciò avviò una serie di provvedimenti punitivi collettivi da parte del governo italiano contro i territori dell'ex-regno di Napoli, e anche contro la Sicilia, per via della Rivolta di Palermo del 1866. In Sicilia, ad esempio, i baroni, che avevano appoggiato l'intervento anglo-piemontese (il cosiddetto sbarco dei Mille) vennero ricompensati da Roma con l'assegnazione delle terre e i beni espropriati alla Chiesa. Si consolidò così un ceto sociale parassitario (borghesia compradora) che in cambio dei privilegi accordati dallo Stato unitario bloccò il processo di sviluppo socio-economico della Sicilia, lasciando intatto solo parte del settore agricolo, quello legato all'esportazione dei prodotti agrumicoli e dello zolfo, la cui estrazione continuò a svolgersi in maniera primitiva fino agli anni '50, quando le miniere in pratica vennero chiuse. Non si parlerà di industrializzazione della Sicilia che negli anni '60. Nonostante ciò, si erano affermate delle realtà locali, dalle banche locali ad aziende produttive agro-alimentari, dalla grande distribuzione all'ingegneria civile, che poterono spiccare nel quadro economico siciliano, e perfino nazionale. Ma ovviamente, con l'avvento del professionismo dell'antimafia, si avviò un processo di demolizione di tale realtà economica.
Così le banche siciliane vennero indiscriminatamente accusate di riciclaggio di denaro della mafia, così pure certe aziende locali della grande distribuzione e perfino intere realtà economiche basate sul turismo, come Capo d'Orlando. Furono tutti oggetto di campagne diffamatorie basate sull'accusa di contiguità con la mafia. Il risultato fu la devastazione del quadro economico e sociale siciliano che di certo non ha eliminato le mafie, ma le ha rafforzate, magari indirizzandole verso attività ancor più difficili da rilevare, come il racket dello 'smaltimento' dei rifiuti inquinanti prodotti in altre regioni d'Italia.
2. Quali sono le ragioni storiche della presenza delle basi americane in Sicilia, e che funzione svolgono all'interno del nostro paese?
Le basi statunitensi di Augusta e Sigonella-Niscemi sono installazioni che violano il trattato di Parigi del 1947, che vieta la presenza di strutture militari in Sicilia. Ma la NATO, Washington e Roma hanno sempre ignorato questi obblighi, varando dal 1958 leggi particolari che scavalcano il trattato poiché non è mai stato abrogato. La Sicilia ospita tali basi perché occupa una posizione geografica cruciale, al centro del Mediterraneo, permettendo dal suo territorio di sorvegliare ed intervenire nelle regioni nordafricana e mediorientale d'importanza vitale per la strategia mondiale degli USA. 

3. Cosa ne pensi di quelli che Sciascia definiva i 'Professionisti dell'antimafia'? Questi personaggi esistono tuttora?
A quanto pare Sciascia disse “Se lo Stato italiano volesse davvero sconfiggere la mafia, dovrebbe suicidarsi!” Le connessioni tra mafie ed apparati statali, partiti, istituzioni, Chiesa, ecc. sono più che documentati. Perfino in relazione alla cosiddetta 'Trattativa Stato-mafia', ai primi anni '90, gli stessi personaggi che fanno propaganda di 'antimafismo', hanno poi preferito occultare e distruggere le prove delle collusioni tra autorità statali e organizzazioni mafiose. In effetti, svelare la vicenda della Mafia negli ultimi 50 o 150 anni, significa anche svelare una volta per tutte i misteri e gli intrighi che hanno avvelenato la storia politica dell'Italia. Ma fare ciò, significa demolire le basi su cui si regge la legittimità politica, storica e giuridica dell'Italia stessa in quanto Stato unitario. 

4. Lo statuto siciliano si è rivelato un handicap o un'opportunità sprecata per la Sicilia? Come è stato ottenuto, a tuo avviso quali sono le motivazioni per le quali praticamente nessun suo punto programmatico è attualmente rispettato dalla classe dirigente sia siciliana che italiana?
Lo Statuto è un'occasione mancata ovviamente, ma ciò rientra perfettamente nella storia socio-politica della Sicilia, gli eredi politici dei baroni dell'800, ovvero le fazioni siciliane dei principali partiti italiani, preferirono continuare ad esprimere gli interessi della borghesia compradora siciliana, ovvero ricevere miliardi di finanziamenti a fondo perduto in cambio dell'immobilismo economico, produttivo e sociale che ha devastato l'Isola. Da ciò la volontaria non attuazione di quelle parti dello Statuto siciliano che permetterebbero di avviare o rianimare la moribonda economia dell'Isola. 

5. Quali sono state le motivazioni politiche ed economiche che hanno spinto il Regno di Sardegna ad intraprendere la famosa "Impresa dei mille"?
Oltre al prestigio di annettere tutta la penisola, 'facendo l'Italia', le motivazioni principali della politica di unificazione di Torino erano dettate da esigenza economiche. Nonostante la tanto vantata capacita imprenditoriale di Cavour, il Piemonte liberale era sull'orlo della bancarotta, avendo partecipato nel 1855-56 all'aggressione contro l'Impero Russo a fianco di Inghilterra, Francia e impero ottomano. Un'impresa che costò ai piemontesi quasi 10mila morti (quasi tutti di colera, tifo, peste, febbri varie); insomma un terzo del corpo di spedizione inviato nel Mar Nero da Cavour. Le banche di Napoli e Sicilia, invece, avevano le casseforti piene di oro, argento e monete di rame, non esistendo quasi l'impiego delle banconote. Ciò indusse Torino ad intervenire, con il supporto dell'impero inglese, contro il regno napoletano. L'esito vittorioso dell'operazione garibaldina permise al Piemonte di rimpolpare temporaneamente le proprie casse e permettersi di svuotarle partecipando, da perdente, alla cosiddetta Terza Guerra d'Indipendenza contro l'Impero Austro-ungarico, nel 1866.

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