La Questione meridionale
IN ESCLUSIVA
Intervista di Giorgio Cardile e Pasquale Andrea Calapso (AUT)
1. Quali sono state le
conseguenze dell'Unità d'Italia per le regioni meridionali del
nostro paese? Il sottosviluppo del Sud è stato voluto dalle classi
dirigenti italiane? Se sì, per quale motivo?
Sostanzialmente, il regime monarchico
piemontese impose una politica d'impoverimento dell'ex-Regno di
Napoli poiché, contrariamente alle altre regioni annesse al regno
d'Italia, le forze piemontesi dovettero combattere contro i soldati
napoletani, e non contro i soldati austriaci, inoltre ad unità
avvenuta esplose la guerra del brigantaggio, che venne affrontata
solo con la repressione armata.
Ciò avviò una serie di
provvedimenti punitivi collettivi da parte del governo italiano
contro i territori dell'ex-regno di Napoli, e anche contro la
Sicilia, per via della Rivolta di Palermo del 1866. In Sicilia, ad
esempio, i baroni, che avevano appoggiato l'intervento
anglo-piemontese (il cosiddetto sbarco dei Mille) vennero
ricompensati da Roma con l'assegnazione delle terre e i beni
espropriati alla Chiesa. Si consolidò così un ceto sociale
parassitario (borghesia compradora) che in cambio dei privilegi
accordati dallo Stato unitario bloccò il processo di sviluppo
socio-economico della Sicilia, lasciando intatto solo parte del
settore agricolo, quello legato all'esportazione dei prodotti
agrumicoli e dello zolfo, la cui estrazione continuò a svolgersi in
maniera primitiva fino agli anni '50, quando le miniere in pratica
vennero chiuse. Non si parlerà di industrializzazione della Sicilia
che negli anni '60. Nonostante ciò, si erano affermate delle realtà
locali, dalle banche locali ad aziende produttive agro-alimentari,
dalla grande distribuzione all'ingegneria civile, che poterono
spiccare nel quadro economico siciliano, e perfino nazionale. Ma
ovviamente, con l'avvento del professionismo dell'antimafia, si avviò
un processo di demolizione di tale realtà economica.
Così le banche siciliane vennero
indiscriminatamente accusate di riciclaggio di denaro della mafia,
così pure certe aziende locali della grande distribuzione e perfino
intere realtà economiche basate sul turismo, come Capo d'Orlando.
Furono tutti oggetto di campagne diffamatorie basate sull'accusa di
contiguità con la mafia. Il risultato fu la devastazione del quadro
economico e sociale siciliano che di certo non ha eliminato le mafie,
ma le ha rafforzate, magari indirizzandole verso attività ancor più
difficili da rilevare, come il racket dello 'smaltimento' dei rifiuti
inquinanti prodotti in altre regioni d'Italia.
2. Quali sono le ragioni storiche della
presenza delle basi americane in Sicilia, e che funzione svolgono
all'interno del nostro paese?
Le basi statunitensi di Augusta e
Sigonella-Niscemi sono installazioni che violano il trattato di
Parigi del 1947, che vieta la presenza di strutture militari in
Sicilia. Ma la NATO, Washington e Roma hanno sempre ignorato questi
obblighi, varando dal 1958 leggi particolari che scavalcano il
trattato poiché non è mai stato abrogato. La Sicilia ospita tali
basi perché occupa una posizione geografica cruciale, al centro del
Mediterraneo, permettendo dal suo territorio di sorvegliare ed
intervenire nelle regioni nordafricana e mediorientale d'importanza
vitale per la strategia mondiale degli USA.
3. Cosa ne pensi di quelli che Sciascia
definiva i 'Professionisti dell'antimafia'? Questi personaggi
esistono tuttora?
A quanto pare Sciascia disse “Se lo
Stato italiano volesse davvero sconfiggere la mafia, dovrebbe
suicidarsi!” Le connessioni tra mafie ed apparati statali, partiti,
istituzioni, Chiesa, ecc. sono più che documentati. Perfino in
relazione alla cosiddetta 'Trattativa Stato-mafia', ai primi anni
'90, gli stessi personaggi che fanno propaganda di 'antimafismo',
hanno poi preferito occultare e distruggere le prove delle collusioni
tra autorità statali e organizzazioni mafiose. In effetti, svelare
la vicenda della Mafia negli ultimi 50 o 150 anni, significa anche
svelare una volta per tutte i misteri e gli intrighi che hanno
avvelenato la storia politica dell'Italia. Ma fare ciò, significa
demolire le basi su cui si regge la legittimità politica, storica e
giuridica dell'Italia stessa in quanto Stato unitario.
4. Lo statuto siciliano si è rivelato
un handicap o un'opportunità sprecata per la Sicilia? Come è stato
ottenuto, a tuo avviso quali sono le motivazioni per le quali
praticamente nessun suo punto programmatico è attualmente rispettato
dalla classe dirigente sia siciliana che italiana?
Lo Statuto è un'occasione mancata
ovviamente, ma ciò rientra perfettamente nella storia socio-politica
della Sicilia, gli eredi politici dei baroni dell'800, ovvero le
fazioni siciliane dei principali partiti italiani, preferirono
continuare ad esprimere gli interessi della borghesia compradora
siciliana, ovvero ricevere miliardi di finanziamenti a fondo perduto
in cambio dell'immobilismo economico, produttivo e sociale che ha
devastato l'Isola. Da ciò la volontaria non attuazione di quelle
parti dello Statuto siciliano che permetterebbero di avviare o
rianimare la moribonda economia dell'Isola.
5. Quali sono state le motivazioni
politiche ed economiche che hanno spinto il Regno di Sardegna ad
intraprendere la famosa "Impresa dei mille"?
Oltre al prestigio di annettere tutta
la penisola, 'facendo l'Italia', le motivazioni principali della
politica di unificazione di Torino erano dettate da esigenza
economiche. Nonostante la tanto vantata capacita imprenditoriale di
Cavour, il Piemonte liberale era sull'orlo della bancarotta, avendo
partecipato nel 1855-56 all'aggressione contro l'Impero Russo a
fianco di Inghilterra, Francia e impero ottomano. Un'impresa che
costò ai piemontesi quasi 10mila morti (quasi tutti di colera, tifo,
peste, febbri varie); insomma un terzo del corpo di spedizione
inviato nel Mar Nero da Cavour. Le banche di Napoli e Sicilia,
invece, avevano le casseforti piene di oro, argento e monete di rame,
non esistendo quasi l'impiego delle banconote. Ciò indusse Torino ad
intervenire, con il supporto dell'impero inglese, contro il regno
napoletano. L'esito vittorioso dell'operazione garibaldina permise al
Piemonte di rimpolpare temporaneamente le proprie casse e permettersi
di svuotarle partecipando, da perdente, alla cosiddetta Terza Guerra
d'Indipendenza contro l'Impero Austro-ungarico, nel 1866.

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