domenica 30 marzo 2014

CONTRO LA MAFIA SOLO LE COSCIENZE

LA MAFIA VIVE DA SECOLI
SERVE UN MOVIMENTO DI COSCIENZE
 Perché fino ad ora il male ha avuto la meglio

di Dario Morgante (AUT)




"Papa incontra i familiari delle vittime di mafia" ecco cosa recitano le prime pagine di tutti i giornali nazionali, in riferimento all'incontro effettuatosi il giorno precedente in memoria delle tante, tantissime vittime di mafia. Grazie a Don Ciotti e all'associazione Libera e, ovviamente, a Papa Francesco, ha avuto luogo un evento, a detta di tutti, memorabile. Memorabile perché nella storia recente del nostro paese, fatta da bombe e delitti, misteri e bugie, un solo Papa scagliò parole dure verso i mafiosi, non intesi solo come esecutori, ma anche come mandanti. «Lo dico ai responsabili: convertitevi! Un giorno verrà il giudizio di Dio». Sentenza piena di rabbia quella di Papa Wojtila, quasi dovuta in quel periodo nero che tutti ricordano come stagione delle stragi (1993). Passano undici anni, cambia il Papa ma non il verbo «Convertitevi o per voi l'inferno!>>.

Tono diverso quello di Papa Francesco, più calmo e pacato, quasi rassegnato. Sembra una richiesta di aiuto. Un abbracciare le sofferenze dei tanti, troppi, familiari che da anni piangono le morti dei propri figli, fratelli, genitori. Un condividere con loro la volontà di giustizia che lo Stato ancora non riesce a garantire (il 70% dei delitti è ancora impunito). Eccolo il Papa che ha fatto la storia. La storia...

Don Ciotti
A questo punto una domanda mi sovviene quasi spontanea: perché parlare di mafia significa "fare la storia"? E, soprattutto, perché questa storia non diventa sempre più frequente? È giusto osannare un Papa che parla di mafia perché, evidentemente, sempre meno sono le persone che prendono una posizione di rilievo nei confronti di quella che viene definita "una terribile piaga del nostro paese" ma che, alla fine, pochi hanno avuto il coraggio e, soprattutto, la VOLONTÀ di affrontare. Troppi gli interessi. Eppure... Eppure la vita di 842 vittime innocenti si è  esaurita con lo scoppio di una bomba o con l'ultimo affannoso respiro come rumore di sottofondo.
Eppure mandanti,assassini e protettori vivono liberi ora per le strade della loro città, ora per i corridoi dell'ospedale dove la loro coniuge ha appena partorito, ora nei meandri dei loro ben architettati bunker. Eppure oggi a Taranto, Caserta, si muore perchè, per difendere quegli interessi, siamo caduti nel più grande degli abissi, che non è quello economico, ma quello morale. L'abisso in cui si muore. Si sa che l'Italia è, da sempre, un paese strano; bianco e nero, croce e delizia, legale e illegale, convivono e, spesso, si mescolano, affossando così il grande stivale. Perché, pur sperando in un giudizio finale, è il male che, finora, ha avuto la meglio.

La mafia vive da secoli. Ha distrutto speranze, vite, pensieri, parole. Ha sconfitto anche coloro che sembravano immortali. E allora, cosa fare? come fare? Trovo risposta nelle parole di Salvo Vitale, amico storico di Peppino Impastato, della cui morte si è avuto giustizia decenni e decenni dopo: "E comunque, non basta la condanna di Dio, non quella dei papi, non quella dei magistrati, ma ci vuole la condanna degli uomini tutti: mafiosi, non pentitevi, ma andate a fare in culo." La condanna da parte del capo della Chiesa serve, come serve quella del capo di stato o di un importante magistrato. Serve l'azione congiunta di tutte queste componenti, ma soprattutto serve un movimento culturale che risvegli le coscienze. Servono gli uomini, tutti.

Servo io.

Servi tu.


"La lotta alla mafia dev'essere innanzitutto un movimento culturale che abitui tutti a sentire la bellezza del fresco profumo della libertà che si oppone al puzzo del compromesso morale, dell'indifferenza, della contiguità e quindi della complicità." (Paolo Borsellino)

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