Palermo - Quando fu arrestato aveva appena 18 anni: botte nei testicoli e litri di acqua e sale lo convinsero a confessare quello che non aveva fatto, e cioè l’omicidio di due giovani carabinieri, Carmine Apuzzo e Salvatore Falcetta, uccisi nella caserma di Alcamo Marina la notte del 27 gennaio 1976.

Ieri Giuseppe Gulotta, ergastolano cinquantenne, è stato assolto dalla corte di assise di Reggio Calabria e immediatamente scarcerato: dietro le sbarre ha trascorso 21 anni e due mesi, durante un breve soggiorno si è sposato con la donna che gli ha dato un figlio, ora tornerà a vivere a Certaldo, in Toscana, dove continuerà a fare il muratore, il suo mestiere da quando ha ottenuto la semi-libertà. Oggi dice: “Sono felice di essere stato riconosciuto finalmente innocente. Ma chi potrà mai farmi riavere la gioventù che ho passato in carcere, chi potrà mai darmi quegli anni che ho perduto senza seguire mio figlio crescere?”. Dopo gli otto condannati e scarcerati del processo Borsellino, lo Stato restituisce la libertà ad un altro ergastolano innocente, rimasto imprigionato nelle trame misteriose degli anni ’70 in Sicilia, a cavallo tra mafia e Stato.
UNA STRAGE mai chiarita, quella della casermetta di Alcamo Marina, diventata il chiodo fisso di Peppino Impastato, che su quell’episodio aveva raccolto un dossier poi misteriosamente scomparso. “Ricordo che mio fratello poco prima di morire – racconta Giovanni Impastato – si stava interessando attivamente alla strage della casermetta di Alcamo Marina, che nel 1976 costò la vita a due giovani carabinieri. In seguito a quel fatto, gli uomini dell’Arma vennero a perquisire casa nostra dato che mio fratello era considerato un estremista. Da lì Peppino iniziò a raccogliere informazioni sulla questione, notizie che accumulava in una specie di dossier: una cartelletta che fu sequestrata e mai più restituita”.
Tracce cancellate per sempre, come le rivelazioni che Giuseppe Vesco, il principale accusatore di Gulotta e di altri due condannati, Vincenzo Ferrantelli e Gaetano Santangelo, fuggiti in Brasile, non fece in tempo a consegnare agli inquirenti; pochi giorni prima di deporre, nell’ottobre del ’76, Vesco venne trovato impiccato con una corda legata alle sbarre della cella, un’impresa difficile per chi, come lui, era privo di una mano, amputata per un incidente.
VESCO di quell’episodio sapeva certamente molto: quando venne fermato, pochi giorni dopo il delitto, gli trovarono una pistola in dotazione ai carabinieri. E a casa sua venne rinvenuta persino l’arma del delitto. Lui si difese sostenendo che di avere avuto in custodia le armi, ma cambiò rapidamente versione e indicò agli investigatori il luogo in cui erano nascosti gli indumenti e alcuni oggetti dei due agenti uccisi, nella stalla di Giovanni Mandalà, un bottaio di Partinico. A quel punto ammise la sua partecipazione al duplice omicidio, chiamando in causa i tre giovani alcamesi. Prima di morire impiccato raccontò in alcune lettere spedite dal carcere le percosse e le sevizie subite dai carabinieri, ma non venne creduto. Stessa sorte toccata a Gulotta, che ritrattò il giorno dopo la confessione estorta con la violenza dentro una stanza della casermetta alcamese. Anche lui non venne creduto, e la Cassazione, nel 1990, marchiò a fuoco con il “fine pena mai” il suo fascicolo processuale.
Fino a quando Renato Olino, uno dei carabinieri in servizio quella notte, in un sussulto di coscienza nel 2007 vuotò il sacco, raccontando le sevizie: nessuno dei colleghi confermò le sue parole, ma nemmeno le smentì, e quei silenzi e mezze ammissioni convinsero i pm che quella della revisione, chiesta dall’avvocato Baldassarre Lauria, era la strada giusta. “Gulotta non c’entra nulla; abbiamo il dovere di proscioglierlo da ogni accusa e restituirgli la dignità che la giustizia gli ha indebitamente tolto”, ha detto ieri il pm prima dell’ingresso della corte in camera di consiglio. Infine l’assoluzione, per un riconoscimento di innocenza tardivo ma probabilmente presto condiviso con gli altri coimputati, oggi in Brasile, con i quali si è sempre tenuto in contatto. E la verità sulla strage? In questi anni i pm hanno provato a chiederla ai pentiti di mafia: “Li ho conosciuti in carcere quei ragazzi arrestati – ha risposto Peppe Ferro, testimone del processo per le stragi del ’93 – erano solamente delle vittime... pensavamo che era una cosa dei carabinieri, che fosse qualcosa di qualche servizio segreto”.
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