di Antonio Parlato

Nel pieno deifesteggiamenti dei 150 anni della nostra nazione, non può venir meno l’orgogliodi essere figli di quella terra, che già duemila anni fa, fu faro di civiltà eprogresso del mondo. Una condizione privilegiata che dovrebbe farci rendereconto di come la nostra storia sia profondamente legata a quella degli altri e, a volte, elemento diprofonda unione.
Un passato gloriosoche caratterizza profondamente la nostra modernità, il presente che viviamo.Uno Stato di diritto, con un patrimonio culturale e artistico immenso,incomparabile.
Tuttavia la storiamostra come anche i Grandi possano perdere il lume della ragione, il senso delbuon governo e le tradizioni multiculturali già note ai nostri antenati Romani.
La storia, inoltre,mostra come nel nostro caso si è arrivati ad un punto di non ritorno, dovequesto senso di smarrimento ha mostrato la sua parte più indegna, frutto ditotale mancanza delle doti necessarie a chi si erge a governante e buonamministratore della cosa pubblica.
Segno evidente che ivalori e le virtù proprie di chi ha fatto grande l’Italia in passato, e legesta di grandezza ne hanno permesso la sua rinascita in un periodo non moltolontano, sono state completamente obliate dalle tristi vicende degli ultimi duesecoli.
Bisogna peròprecisare una cosa, la questione è prettamente politica giacché una cosa èriuscita a sopravvivere all’inettitudine dei governanti : la cultura. Certo, èstata messa in secondo piano, e questo giustifica i risultati, ma è semprestata espressione di quella maggioranza di individui che facendola propria,hanno portato, e continuano a portare, lustro al nostro Bel Paese, specialmentedove le scorrettezze per metterli in secondo piano sono le peggiori.
Da qui nasce ilbisogno di fare chiarezza. Festeggiamo una grande storia, ma dimentichiamo,inconsapevolmente , una pagina vergognosa del nostro “recente” passato, che hacome vittima un popolo, quella parte di popolo che non ha niente in meno deisuoi fratelli lombardi, emiliani o toscani. Quel popolo, è la gente del sud : i meridionali.
C’era una volta il Regno delle due Sicilie
Spesso è difficile capire le conseguenzedi determinate azioni, ma è possibile indagare le origini di determinatiavvenimenti e poterne fare un’analisi.
Il caso del Regnodelle due Sicilie è singolare, formatosi come Regno di Sicilia sotto la guidadi Ruggero II d’Altavilla niente meno che nel 1130, è il primo regno dellanostra penisola, e vanta già un’istituzione allora quasi sconosciuta : ilparlamento. Di qui una lunga storia di conquiste e successioni di famigliereali, sia dal Nord Europa che dal Mediterraneo.
E’ in questo contestomulticulturale e cosmopolita che ilmezzogiorno d’Italia matura la sua identità di realtà politica del tuttodiversa dalle compagini statali che formavano lo stivale, dal dominio dei papial centro, sino al nord, in mano all’Impero.
Certo, il contestosocio-economico era molto vario e, come in ogni luogo e in ogni tempo, lecondizioni di vita rispecchiavano l’appartenenza ad una determinata categoriasociale.
Nessuno può negare,tuttavia, i diversi primati, a partire dalla scienza, l’arte el’amministrazione stessa dello stato. Tutto ciò è stato possibile grazie aidiversi contributi derivanti dai continui cambiamenti.
L’aspetto su cui,però, va focalizzata l’attenzione, non perché più importante rispetto aglialtri, è il periodo che possiamo definire di “stabilità” ossia quella parte diregno sotto la casata dei Borbone.
La descrizione e laconoscenza di questa epoca permette di comprendere lucidamente perché aigovernanti piemontesi facesse così tanto gola l’arretrato e sottosviluppatoRegno.
La risposta èsemplice : erano tutte leggende.
La propagandapost-conquista ha indottrinato (naturalmente) le generazioni, specialmentequelle meridionali, con il mito dell’arretratezza e dello squallore presente alSud fin quando non arrivarono i fratelli del Nord a “liberare” il popolooppresso (ma da chi?). Non solo hanno fatto passare questo messaggio, ma hannoanche fatto nascere nei “meridionali” un senso di colpa, quasi come se fosseroloro stessi (e in parte è vero) causa del loro stesso male.
Giustamente la storiaufficiale, quella dei vincitori, ha sempre omesso i particolari più rilevantidi questo processo di unificazione e “liberazione” tanto osannato dalla classedirigente savoiarda.
Sino ad ora nessunoha voluto chiarire queste circostanze. Per fortuna le cose sono cambiate e glistorici hanno iniziato un dovuto processo di revisione.
Per parlarepraticamente della questione è necessario evidenziare alcuni dati che smontanole tradizionali convinzioni. In primo luogo bisogna parlare del dato piùrilevante, la ricchezza e l’economia.
Al momentodell’annessione le casse del Regno delle due Sicilie vantavano un patrimoniostimato in più di 440 milioni di ducati-oro, una cifra spaventosa per l’epoca,se si considera che il patrimonio del Regno di Sardegna era di 27 milioni.Inoltre il debito pubblico era di circa tre volte inferiore a quello dei Savoia.
Un altro aspetto sucui si è basata, e continua a basarsi, la propaganda ufficiale, è il divariocostituito dai fattori di sviluppo. Nonostante ciò, secondo le stime dell’epoca(quelle vere) le percentuali di industrializzazione tra Nord e Sud erano moltosimili. L’unica differenza sta nelle percentuali dei differenti settori, manella sostanza il mezzogiorno presenta un trend molto positivo rispetto alsettentrione, anche in termini di occupazione. Inoltre, oltre il settoretessile era tra i primi in Europa.
Ma il punto di forza dell’economia borbonicastava in un comparto importante : la nautica.
La marina del Regnodelle due Sicilie, sia militare che mercantile, era ai primi posti, dietro soloa Francia e Inghilterra. Proprio l’Inghilterra, con la quale vi era un intensorapporto di scambi commerciali e di affari, sarà complice della caduta delRegno in mano ai piemontesi. Non per fattori politici o ideali, ci mancherebbe,ma per le questioni sopra elencate. Gli interessi economici vengono prima di tutto,e il Mediterraneo era un mercato molto allettante.
Sull’aspettoburocratico-amministrativo, oltre a vantare le tasse più basse dell’interapenisola, il sistema legislativo del Regno era tra i più innovativi (il primocodice nautico si deve ai giuristi borbonici). Invece ad opera del filosofo egiurista Gaetano Filangeri è statal’istituzione di una norma, presente tuttora nel diritto, che prevedeva lamotivazione delle sentenze dei tribunali. Altro elemento di vanto per lagiustizia è stata l’introduzione dei principi della Scuola Positiva Penale peril recupero dei malviventi.
Anche sul pianosociale, a partire dal Re in persona, l’amministrazione duo-siciliana simostrava molto sensibile alle condizioni di vita dei poveri e dei disoccupati.Infatti a Napoli sorgevano strutture d’accoglienza eospedali per senzatetto, realizzate su un determinato progetto urbanistico efrutto del genio dei migliori architetti di corte. Prevista e realizzata,inoltre, la creazione e assegnazione di alloggi popolari, altro tema importantenelle riforme in atto all’epoca. La presenza di medici in rapporto al numero diabitanti era la più alta d’Italia e di conseguenza anche il numero di mortalitàinfantile era il più basso, associato alle buone condizioni igenico-sanitarie.
Questi sono soloalcuni esempi, l’elenco è ancora più lungo e dettagliato, dei tanti pregi, chenaturalmente non giustificano i difetti, del Regno delle due Sicilie.
Come si sia giunti altermine di questa compagine, gli storici lo raccontano quasi con eccitazione eipocrita euforia patriottica, omettendo però alcuni dettagli essenziali chefanno sembrare l’impresa dei mille una passeggiata.
Non tuttocorrisponde, è vero che il generale Garibaldi arrivò a Marsala con i suoi millevolontari senza problemi, ma non viene detto che la potentissima marinamilitare borbonica non avrebbe avuto problemi ad affondare un fatiscentepeschereccio, se non fosse stato per l’ostacolo costituito dagli inglesi che,non dichiarandolo esplicitamente, avevano di fatto intralciato le operazioni dicontrasto mettendo di mezzo le loro navi. Quindi onde evitare unpericolosissimo incidente diplomatico, la nave garibaldina giunse adestinazione.
A questo punto, seper mare non è stato possibile porre freno, sulla terraferma l’organizzato emoderno esercito regolare di Ferdinando II avrebbe dovuto spazzare via gliscalmanati e disorganizzati mille. Ed ecco che entrano in gioco i capidall’alto, per la precisione dall’alto della penisola, da Torino. Lo statomaggiore dell’esercito borbonico, con la promessa di mantenere gradi, paghe eprivilegi qualora non avesse intralciato l’opera di conquista, non ha permessoai vari comandanti dislocati sul territori, ed ancora fedeli al lorogiuramento, di intervenire e hanno lasciato i garibaldini liberi di avanzare.Ma l’aspetto più disgustoso, e che forse è l’eredità più pesante e triste peril Sud e i Meridionali veri e onesti, è quello mafioso. Proprio i mafiosi, sinoa quel momento irrilevanti (i governi illuminati non ne avevano bisogno), sonostati investiti di una missione speciale, favorire l’insurrezione e permetterel’annessione. A Napoli vediamo camorristi nominati Capo della Polizia oresponsabili per l’ordine pubblico dai Prefetti ormai del tutto corrotti daCavour. In Sicilia anche i mafiosi fanno la loro parte mettendo i “picciotti” adisposizioni delle orde garibaldine. Perciò, oltre la beffa, il danno delgoverno piemontese si fa permanente per le future generazioni di Siciliani,Calabresi, Campani e Pugliesi, e la mafia diventa cancro della coloniameridionale.
A tutta questa seriedi scempi e giochi di potere che porteranno alla fuga di Ferdinando II el’instaurazione in Sicilia di Garibaldi come governatore, per gentileconcessione di S.M. Vittorio Emanuele II, seguiranno opere di consolidamentodel potere costituito.
Infatti, peraffermare il potere di un governo instaurato dopo una guerra fatta senza alcunadichiarazione e sotto lo sguardo indifferente dell’Europa, i fratelli italianipensano a trattare fraternamente e amorevolmente i loro consanguinei del Sud(il sarcasmo serve, naturalmente, a mitigare lo sdegno). I metodi sono moltoinnovativi ed efficaci. Si va dalle fucilazioni sommarie, senza processo, aglistupri di gruppo. Donne, bambini, vecchi nessuno escluso. Si distruggono interivillaggi, vengono operate rappresaglie e saccheggi. Molti metodi sono simili aquelli che verranno usati circa un secolo dopo dai Nazisti e, forse, farebberoimpallidire pure loro. Uomini deportati nei campi di lavoro, popolazionisterminate e insediamenti cancellati dalle mappe. Leggi speciali e poteritotali di repressione piovono sugli inermi cittadini meridionali che sirifugiano nell’entroterra e costituiscono, come ultima speranza, gruppi diresistenza che la storia ufficiale bollerà negativamente come “briganti”.
La realtà e lasocietà meridionale, dopo queste vicende, diventerà un continuo peggioramentodelle condizioni di vita, a cominciare dall’emigrazione massiccia verso il Norde all’estero, fino alla promulgazione di leggi che renderanno difficile unadeguato sviluppo economico.
Queste scelteinfluenzano tuttora le condizioni di vita al meridione, dove i disservizi, isoprusi nelle pubbliche amministrazioni, un sistema clientelare dilagante el’impossibilità per gli imprenditori e i lavoratori onesti di far carriera acausa della criminalità organizzata, diventata forte dopo l’unità, limitanopesantemente le potenzialità di territori ricchi di opportunità e di cervellipensanti costretti a emigrare in cerca di fortuna.
Il quadro sociale, indefinitiva, si mostra identico, se non peggiorato, dopo più di un secolo emezzo, e i timidi segnali di cambiamento incoraggiati da una società civile piùaudace e consapevole dei propri diritti e della propria forza, sono l’unicasperanza di cambiamento di questa «terra bellissima e disgraziata».
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